Expo e marketing

Non parlate di marketing agli assessori milanesi. Per esempio, quelli di adesso, che si apprestano a lanciare una linea griffata di oggetti deluxe che integrerà quella presentata a suo tempo dalla giunta Moratti – cartoline, felpe, penne, tazze mug, panettoni incartati nella “bandiera” meneghina:tutti contrassegnati dal logo di Milano, la mitica croce rossa in campo bianco…  Collezione che ha il suo start up con una t-shirt firmata Fiorucci, da 50 euro (mica pizza e fichi!), con coccinelle fiori e  funghi multicolori e una bella frase in inglese: I love nature and want to live with lucky flowers in the gardens of love. A parte la melassa da carta dei cioccolatini del copy, e le immagini o (almeno) il “logo”, di Milano? Ma sull’imballaggio, che diamine!

Il quale packaging come oggetto metallico sarà molto apprezzato dal visitatore già ingombro di bagagli; essendo poi realizzato in banda stagnata passerà facilmente il metal detector dell’aeroporto; al più verrà riposto su uno scaffale, invece di circolare (la funzione  di “moltiplicatore chilometrico di pubblicità” dei gadget, do You remember?) come farebbe la t-shirt personalizzata I love MI. E via elencando. Agli assessori milanesi non parlate di marketing.

E neanche di comunicazione. Andrea Kerbaker, che insegna Istituzioni e politiche culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore; che ha lavorato per vent’anni nella comunicazione dell’industria privata, occupandosi prevalentemente di organizzazione culturale; che tra le sue iniziative annovera eventi di grande successo come i concerti al Colosseo a Roma durante l’amministrazione Veltroni e le letture di Dante a cura di Vittorio Sermonti in Santa Maria delle Grazie a Milano, sul Corriere della Sera del 12 giugno lamentava la quasi nulla visibilità del marchio Expo. E citava a dimostrare la tesi gli Expo days, molto seguiti dai cittadini, prendendo un esempio a caso: il concerto tenutosi in piazza Duomo con Chailly e Stefano Bollani, dove sul palco “si stenta a riconoscere il logo della manifestazione”, annegato com’era “tra enormi loghi degli sponsor, i nomi degli artisti della Filarmonica della Scala; per vedere il nome di Expo, in basso, in caratteri minuti, occorreva proprio andarlo a cercare. La mancanza di notorietà è anche più marcata fuori Milano, dove il logotipo di Expo è un illustre sconosciuto”. A solo due anni dall’evento, in chiave di comunicazione: un disastro! (Ricordiamo ai distratti l’obiettivo – pardon, il goal, nella lingua del marketing – di Expo: attirare, nei sei mesi dell’evento oltre 20 milioni di visitatori dall’estero e circa 14 dall’Italia).

Mio nonno, ambrosiano doc, a me bambino che gli chiedevo a che cosa servisse il vigile urbano “monturato” (affettuosamente “ghisa” per i milanesi; per la Treccani montura = divisa, uniforme) di guardia all’ingresso principale di Palazzo Marino, sede del Comune, rispondeva: “Te sét, a lassàa foeura el bon sens…” (traduco: sai, a impedire che entri il buon senso).

Non parlate di marketing agli assessori milanesi…

E neanche di comunicazione.

Fonte: www.dmcmagazine.it